Friday, October 31, 2003

Go Uma Go!



Per chi se lo fosse chiesto: qual’è la canzone che accompagna una delle scene più topiche del grandioso Kill Bill di Quentin Tarantino, quella in cui la sposa Uma Thurman cerca di raggiungere la Pussy Wagon su una sedia a rotelle, nel parcheggio sotterraneo dell’ospedale in cui è rimasta in coma per quattro anni? E’ “Truck Turner” di Isaac Hayes, già colonna sonora del film omonimo del 1974, uno degli score realizzati dal grande musicista negli anni ’70. Un brano fulminante, una specie di “Shaft” sparato a velocità inaudita, condito dai consueti elementi tipici della musica di Hayes: chitarra wah wah languida e psichedelica, ritmica che pulsa sul charleston, orchestrazioni epiche, la voce suadente di Isaac accompagnata da cori femminili e sensuali. Tarantino aveva già riciclato un altro capolavoro della musica blaxploitation nel precedente “Jackie Brown”, quella “Across 110th Street” scritta da Bobby Womack che dava il titolo ad un film poliziesco del 1973 e che in “Jackie” apriva e chiudeva il film, in entrambi i casi accompagnando Pam Grier su due “scene” particolarmente significative per la storia del personaggio. Ma l’accostamento musicale più azzardato e riuscito del primo volume di Kill Bill è, naturalmente, quello del duello finale tra la Thurman e Lucy Liu, sulle note della versione extended di Don’t let me be misunderstood dei Santa Esmeralda, anno di grazia 1977. Mitico Quentin.

Monday, October 27, 2003

More fire! More fire!



Ecco il disco fondamentale della musica nera di questi anni: “Arrhythmia”, il secondo e ultimo album dell’Anti-Pop Consortium, l’innovativo trio newyorkese scioltosi qualche mese fa. Pubblicato nel 2002 dall’inglese Warp records, etichetta generalmente specializzata in elettronica e ambient radicale (Aphex Twin, Boards Of Canada), “Arrhythmia” è un disco-bomba, capace di rivoltare le convenzioni dell’hip hop e della musica ritmica con un ritorno deciso all’essenzialità old-school, ma con un’ottica assolutamente contemporanea. Canzoni ossessive, svuotate di ogni orpello, costruite su pattern ritmici minimali e potenti, spesso prive di veri e propri arrangiamenti: come se fossero ridotte alla struttura stessa del ritmo. Su questa base i tre rappers declamano testi al contempo surreali e realistici, con grande impeto e forza d’impatto. Da ascoltare preferibilmente in cuffia, mentre si attraversa una città di notte.

Monday, October 20, 2003

The beat goes on and on

La disco music non è più un tabù da molto tempo – e allora rendiamo degno omaggio alla Salsoul Records, l’etichetta che nel giro di dieci anni ha letteralmente ridisegnato i confini della musica da ballare. Fondata nel 1974 dai fratelli Joe, Ken e Stanley Cayre, la Salsoul è la label per eccellenza della golden age della disco – la prima a diffondere il formato “extended” dei dodici pollici da discoteca e ad ospitare remix creativi dei propri brani, spesso ad opera di veri e propri artisti della consolle come Larry Levan o Walter Gibbons (le rispettive versioni di Ain’t No Mountain High Enough degli Inner Life e Ten Percent dei Double Exposure sono dei capolavori). Uno di quei rari esempi, nel mondo della musica popolare moderna, di capacità manageriale, spirito di indipendenza e voglia di trascendere i generi musicali – i dischi della Salsoul sono anche un bel ricettacolo di influenze di stili e attitudini, dai ritmi latini e caraibici ai primi vagiti della electro-wave anni ’80 – e oltre, fino al garage e alla house della fine degli anni ’80 (“Ride on Time”, il singolo spaccaclassifiche degli italiani Black Box, fu costruito a partire da un campione vocale dell’immensa Love Sensation di Loleatta Halloway, la vera regina della disco dell’epoca, naturalmente pubblicato dalla Salsoul – la cantante, per inciso, non ricevette nemmeno un dollaro di royalties per l’appropriazione indebita). Alcune delle cose più belle della Salsoul sono state ripubblicate nei due volumi della collana Classic Mastercuts all’inizio degli anni ’90. In queste fredde e piovose giornate autunnali, non c’è niente di meglio per risollevare lo spirito.

Thursday, October 09, 2003

Groove is in the Heart



Dopo What’s Goin On e Let’s Get It On, anche I Want You, l’album del 1976 di Marvin Gaye, si becca il trattamento “deluxe”, ovvero la splendida edizione in doppio cd con un disco intero di sessions e outtakes e un libretto “storiografico” con notizie e foto inedite. Come già Let’s Get It On del 1973, I Want You rappresenta una full immersion da parte del suo autore nelle gioie dell’amore e della passione, raccontate in musica in una decina di ballate sensuali e decadenti scritte in collaborazione con Leon Ware, ricchissime a livello di arrangiamenti e produzione. Per comprendere lo spirito dell’album, occorre sapere che durante le registrazioni Gaye (all’epoca ancora sposato - ma in piena crisi - con Anna Gordy, la sorella di Berry Gordy, boss della Motown) era completamente perduto per Janis Hunter, una ragazzina più giovane di 17 anni che conobbe in studio durante le sessions di Let’s Get It On, e che sarebbe presto diventata la sua seconda moglie nonché madre di due figli. Il disco nasce e si sviluppa come un inno a Janis (presente in studio anche durante queste registrazioni), alla passione sensuale e all’amore coniugale (in un brano Gaye parla direttamente ai figlioletti). In un modo quasi imbarazzante, se al posto di Marvin ci fosse un qualsiasi altro artista: in un punto del disco Gaye chiede esplicitamente a Janis di fare del sesso orale (“give some head”). I collaboratori presenti in studio in quel momento non potevano crederci; in ogni caso, sul banco del mixer Gaye appiccicò del nastro adesivo con la parola “HEAD” in caratteri cubitali. Tanto per capire con chi abbiamo a che fare. Non un maniaco del sesso, ma un uomo genuinamente e follemente innamorato. Che in quel periodo si stava anche perdendo nel delirio di cocaina che pochi anni dopo lo trasformò in un triste paranoico. Gli highlights dell’edizione sono le different takes della title track (tra cui una versione per sole voci e percussioni in cui si può apprezzare l’estremo perfezionismo di Marvin, che arrivava anche ad effettuare 70 versioni diverse della stessa parte finché non ne era soddisfatto) - una delle cose più belle scritte da Gaye e uno dei capolavori della soul music di tutti i tempi.

Monday, October 06, 2003

Funky Good Time



La più potente macchina del ritmo di tutti i tempi si chiama The JB's. Erano i musicisti che hanno accompagnato James Brown nella prima metà degli anni Settanta, dopo l'"ammutinamento" della vecchia, storica band. Oltre a suonare in tutti i dischi del Padrino del Soul dell'epoca, i JB's (noti anche sotto altri nomi: Fred Wesley and the JB's, Maceo and the Macks, The First Family) hanno prodotto anche musica propria, un catalogo di brani quasi sempre strumentali dal groove infallibile. Brani registrati dal vivo in poche ore, in singole "take", per mantenere vive tutta la potenza e l'immediatezza del suono (sentire per credere "The Grunt", il loro primo singolo del 1970). La loro produzione é stata raccolta qualche anno fa nella bella raccolta doppia "Funky Good Time 1970-1976: The Anthology", un concentrato di potenza funk allo stato puro. Just Give Me Some More!

Thursday, October 02, 2003

The wait is nearly over



Il 14 Ottobre è la data di pubblicazione di "Blackberry Belle", il secondo album dei Twilight Singers, nuovo progetto musicale di Greg Dulli dopo lo scioglimento degli Afghan Whigs. L'album uscirà per la Birdman Records negli States e per la One Little Indian in Europa. Dalle anticipazioni, dovrebbe essere un disco più "rock" rispetto all'esordio "Twilight As Played By The Twilight Singers" del 2000. Molti i collaboratori, da Mark Lanegan a Apollonia Kotero (ex fiamma di Prince ai tempi di Purple Rain). Dulli rules! In questo sito tutti gli aggiornamenti.

The Message
Il disco in heavy rotation in questi giorni è "The Message", doppio cd che raccoglie tutta la produzione (tre album) dei Cymande, gruppo londinese in attività nella prima metà degli anni Settanta. Una di quelle band per le quali l'aggettivo "di culto" non viene utilizzato a sproposito. "The Message" era per l'appunto uno dei loro brani più noti - un riempipista all'epoca e, oggi, brano ancora utilizzato in molti dj set funk. Oltre al fatto che molti dei loro "breaks" sono stati utilizzati più volte negli anni successivi (dai De La Soul, e da molti altri), il bello della musica dei Cymande è che, a parte il groove, praticamente tutti i loro pezzi sono dei piccoli capolavori di miscela di generi: su una base funk abbastanza tipica ruotano chitarre pulite e percussioni, mentre i fiati segnano la progressione melodica e i cori (in alcuni casi molto "african") infondono una tonalità quasi epica.

Larry Levan is God
Il tipo ritratto nella foto qui sotto è Larry Levan, il leggendario deejay newyorkese che trasformò letteralmente la sala da ballo in una vera e propria esperienza di vita e di comunità. Secondo i critici, Levan non era formidabile tecnicamente, ma aveva la capacità innata di comunicare con la sua audience (attraverso i dischi) e di trascinarla dove e come voleva. Delle sue serate al Paradise Garage - storico club della Grande Mela in attività nella seconda metà degli anni '70, chiuso all'inizio del decennio successivo - esiste una splendida documentazione sonora: Live at the Paradise Garage, il doppio cd pubblicato un paio d'anni fa dalla Strut Records. E' la registrazione di un set di Levan al Garage nel 1978, all'apice del suo periodo più creativo come deejay. E', forse, il miglior disco di musica da ballare di tutti i tempi - o quantomeno il mio preferito.

Disco sucks?

C'è una vecchia canzone di Lou Reed che diceva "I wanna be black". Sul fronte musicale non c'è storia, i neri vincono sempre - da Bo Diddley a Eric B and Rakim, quando si parla di ritmo la musica nera non ha rivali (è vero. è una banalità, ma è così). Jan, un appassionato di musica nera olandese, ha creato un sito incredibile, con mille diramazioni, che è una vera e propria fonte di informazione sulla musica da ballare dagli anni Sessanta ad oggi. Ma è soprattutto il frutto della passione e della devozione al groove.



Benvenuti nel mio blog. Si chiama "Congregation", come un disco degli Afghan Whigs - uno dei più grandi gruppi della storia del rock. Non è un tributo alla band, ma piuttosto un omaggio ai suoni, immagini, visioni che hanno ispirato la loro musica - e molto altro ancora, naturalmente. Intanto, un ringraziamento a DJ Amarezza per l'ispirazione , e a Radio Antenna Uno Rockstation per tutto il resto.